Cavalli e cavalieri - Correre nel verde direttore responsabile Giorgio Gandini

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Il Cavallo nella storia

Nei miei accenni storici riguardanti il cavallo, non mi voglio appropriare del termine di “studioso” o “conoscitore” di questo animale, ma di un uomo che ha grande passione, e cerca di documentarsi per curiosità e amore verso l’equino più acclamato, ammirato e visto (ed anche così poco conosciuto) da tutti.

Cercherò quindi di trasmettere la mia passione a chi si avvicina alla disciplina dell’equitazione, raccontandoci ciò di cui sono venuto a conoscenza, sia a livello tecnico che storico.

Da autodidatta, ma sempre con umiltà (come in tutte le cose anche nella mia branca non si finisce mai di imparare), vorrei dirvi che se in alcuni passaggi da me descritti (del contatto tra questo animale e l’uomo), possono sembrare cruenti, vorrei precisare che se non fosse stato proprio per l’uomo, che ha addomesticato questo animale già dal 3000 a.C., circa, il cavallo si sarebbe probabilmente estinto, dato che alla fine dell’era glaciale, le foreste delle zone temperate si espansero rapidamente riducendo notevolmente le pianure, quindi i pascoli dove il cavallo viveva e si nutriva. L’uomo trovandolo utile per l’aiuto che gli offriva per le sue attività, ne incrementò la riproduzione.

Se si nomina prateria, si associa mentalmente il continente americano, con cowboy e i suoi cavalli, i coloni sui carri trainati da cavalli, indiani a cavallo, mandrie di cavalli selvaggi.

Vorrei ricordare che Cristoforo Colombo, quando scoprì questo continente le sue escursioni interne, le avrebbe dovute fare a piedi, se non avesse caricato nelle stive delle caravelle questi animali, di cui solo pochi, arrivarono a destinazione (circa un ventina).

Viaggio difficile per gli uomini, catastrofico per il cavallo legato, sospeso da terra ad una imbrigliatura simile ad un’amaca che lo sosteneva. Mal di mare e sete, alla fine solo i più forti riuscirono a sopravvivere, e non era finita; ai superstiti, dopo una lunga inattività, li aspettava una nuotata per raggiungere la riva, visto che le navi non si potevano accostare.

Gli spagnoli capirono subito che senza questi animali avevano poche possibilità di conquistare il territorio americano, quindi cercarono di incrementare da subito l’allevamento, esportando stalloni e fattrici dagli allevamenti reali, fino a costringere Carlo V nel 1520 a vietarne il prelevamento.

Alcuni cavalli riuscirono a fuggire, nonostante la rigida sorveglianza degli allevatori (dato l’alto valore economico che avevano), ma data la facilità di riproduzione, anche senza l’aiuto umano, non essendoci predatori, gli allevatori decisero di lasciarli liberi.

Divennero animali selvaggi, e la difficoltà di catturarli è perfino citata da uno scrittore dell’epoca, che ci descrive i vari passaggi della cattura, l’inizio della costruzione dei recinti, gli itinerari  percorsi dal cavallo per andare ad abbeverarsi. Infine gli avvistamenti da parte degli allevatori e la scelta dei puledri e delle giumente; il sistema di spingerli dentro le costruzioni dei recinti, senza possibilità di fuga. Infine presi a laccio e tenuti legati per tre o quattro giorni, finché esausti ed affamati, più docili, si tentava di mettergli la sella e il morso, quindi si montavano, accompagnati a cavezza da un altro cavaliere, fino a domarli e renderli pronti per l’addestramento.

In seguito immaginatevi quanto possono essere stati utili i cavalli agli Spagnoli che presero contatto con gli indigeni del posto (i cosidetti "Indiani").

 

Francesco Tola 

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